Il senso del viaggio (Rovine, 1992)

Ci siamo mai chiesti veramente perchè viaggiamo? Se non avete ancora una risposta precisa leggete le meravigliose parole che seguono. Volevo inaugurare questo blog con qualcosa di illuminante.

(…)

per destino, dentro il passato, dentro quei progetti, quelle speranze, non potremo mai più entrare; mai più potremo sentire le voci antiche, i sospiri, i lamenti; mai più le urla, i suoni lontani: mai più potremo camminare in mezzo agli odori, ai sudori, ai profumi: mai più vedremo colori di tende, di bandiere, colori di muri, di legni, di mosaici; mai più vedremo scintillare pozzanghere, mai più vedremo brillare piastre di bronzo, mai più vedremo luci oscure di fuochi notturni, mai più; mai più sapremo le storie dei segni, le storie delle figure, delle rappresentazioni, le storie dei miti, le storie degli dei, le storie delle leggende, dei sottintesi, delle deformazioni, delle interpretazioni; mai più ascolteremo le architetture di parole dei filosofi, mai più le lagne dei mercanti, mai più le bugie degli avvocati; mai più conosceremo le logiche, mai più sapremo dove è andato il pensiero, dove sono andate le nostalgie, le paure, le felicità; mai più sapremo di quali fantasmi si sono riempite le notti, quali angeli, quali terrificanti uccelli di ombra sono entrati nei sogni.

Nel migliore dei casi potremo girare intorno al passato da lontano, guardando con stupidi occhi artificiali di cristallo.

Quello che ci rimane da vedere, forse, con gli occhi nostri, con gli occhi vivi, è il paesaggio di una nuova nostalgia tra le tante che ci inseguono: una nostalgia tutta speciale, quella strana, penetrante, onnipresente, permanente, ossessiva nostalgia che è la nostalgia per la vita, la nostalgia per l’enigma, l’unica finale attrazione d’amore.

Quando guardiamo il paesaggio dei ruderi depositati nel passato, quando attraversiamo i paesaggi delle città sepolte nei deserti, i paesaggi dei templi stritolati dalle foreste, i paesaggi delle pitture immobili nelle penombre dei musei, noi che viviamo ora, nel tempo presente, noi stessi non potremo riconoscere altro che una impietosa nostalgia, non potremo riconoscere altro che memorie sospese.

Quello che noi stessi possiamo riconoscere o forse soltanto ricordare, è che tra la nostra vita pulsante, tra la consapevolezza acuta dell’esistenza, tra gli orgasmi vitali e il tempo, lo spessore si fa sempre più sottile, “è” sottile, orribilmente sottile, come è sottile, orribilmente sottile e sempre pronto a lacerarsi, lo spessore tra un amore che c’è, che teniamo nelle mani, con il quale viviamo ora e la sua memoria. Viviamo il presente dentro milioni di memorie, dentro una sauna di nostalgie, inorriditi per come è sottile il tempo, per quanto poco è il tempo che riusciamo a usare, quello di cui riusciamo ad avere consapevolezza.

Per queste nostalgie, anzi per “questa grande nostalgia”, per questa attrazione d’amore, forse i ruderi, la storia, le memorie, diventano specie di yantra, figure senza parola, senza voce, figure limpide, chiarificanti, consolanti, specie di bagni purificatori.

Questa è la ragione per la quale innumerevoli aerei, autobus, automobili e carri di vario genere viaggiano per giorni e per notti e per miglia e miglia per portare il loro carico di gente, fornita di occhiali, di valigie, di macchine fotografiche, di binocoli, di guide, di attrezzature varie verso deserti, foreste, fiumi, valli, montagne, città, dove ci sono ruderi da vedere, metafore da interpretare, yantra da percorrere e poi odori e vento, luci, notti, colori, pesi e suoni e tutto per finire dentro un orgasmo d’amore per la vita, dentro un lunghissimo orgasmo di nostalgia.

(Ettore Sottsass, Rovine, 1992)

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