La verità delle maschere – il wrestling messicano

 Nessuno è mai sè stesso quando parla in prima persona, ma dategli una maschera e vi dirà la verità” (Oscar Wilde)

Silver Warrior

For non Italian Readers: this post is a comment and a short presentation of Loudres Gobet’s book Lucha Libre. Masked Superstars of Mexican Wrestling, D.A.P., 2005. Let me know in the comments everything you find relevant about it!
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Le mie frequentazioni con il wrestling si perdono ormai nella notte dei tempi. Ma questa doveva essere la serata giusta perchè su Rai3 hanno trasmesso The Wrestler. E se dovessi parlare di quel film potrei farmi del male perchè per tutti i cazzotti veri e finti che lui si prende nel film.. qualche pugno nello stomaco arriva anche a noi. Ma poi doveva essere la serata giusta perchè su facebook riesco incredibilmente ad aggiungere un nuovo contatto (qualcuno dei 5000 deve aver nuovamente abdicato) e ritrovo nei suoi album fotografici una cospicua collezione di foto di maschere di pelle. Che io credevo inventate, irreali, casuali. Erano invece le vere maschere dei lottatori della lucha libre messicana. Quello che noi chiamiamo wrestling, e che dai tempi di Dan Peterson deve aver perso gran parte del suo appeal dato che credo nemmeno lo trasmettano più. Ma nel wrestling messicano le maschere sono fondamentali per l’incontro, mi spiega l’amico. Se il lottatore dovesse perdere la maschera prima della fine perderebbe non solo l’incontro ma la sua stessa identità. Questa cosa mi ha incredibilmente affascinato e invece di recuperare qualche ora di sonno.. ho ben pensato di postare questo blog. Ma per non perdere troppo tempo (in vista magari di qualche revisione), e soprattutto perchè io avendo conosciuto l’argomento stasera non avrei fatto in tempo a studiarmelo per riscriverlo così bene entro domani mattina, vi ripropongo un bell’articolo pubblicato da Repubblica XL, tratto dall’introduzione del volume Masked Superstars of Mexican Wrestling.

Ultimo Guerrero

I nomi: El Santo, Blue Demon, Black Shadow, Tarzàn Lòpez, Gori Guerrero, Sugi Sito, La Tonina Jackson, El Médico Asesino, El Murciélago Velàzquez, El LoboI Negro, El Huracàn Ramìrez, il prodigioso Cavernario Galindo, El Mil Màascaras. Eroi. Leggende. Nel senso più stretto del termine: basta pronunciare i loro nomi per evocare nel pubblico messicano un senso di nostalgia mescolato a slanci di poesia epica.
Negli anni gloriosi della lucha libre, i Sessanta, il loro abbigliamento non era, come oggi, un viaggio che andava dalla psichedelia al postmoderno, né i fashion designer che realizzavano i loro costumi erano più importanti degli arbitri, né tantomeno i mantelli sontuosi imitavano malamente la moda italiana. E la maschera non era obbligatoria. Molti luchadores dovevano il loro successo alle condizioni pietose dei loro volti dopo innumerevoli match: maschere imperfette dovute al caso dell’estetica.
Nella sua età dell’oro la lucha libre è semplice e primordiale: un numero ridotto di atleti viaggia di arena in arena, di palestra in palestra, da quelle dietro l’angolo a quelle sbattute in fondo all’inferno. La paga fa schifo, lo stress è terribile e le prese provocano urla disumane. La “doppia Nelson”, la “tapatìa”, la “quebradora”… I salti spettacolari e le braccia alzate in segno di vittoria e le smorfie di uomini mascherati immortalano questi incontri in un’epoca precisa.
L’età dell’oro della lucha libre dialoga con altre età dell’oro: quella del cinema, del bolero, del tango, del valzer peruviano, della musica ranchera, del son, del vallenato, dei delinquenti. In non più di quarant’anni la capacità inventiva dell’America Latina assimilò e poi rielaborò novità rilevanti. Il pubblico ideò nuovi rituali, nuovi metodi per esprimere ammirazione e ribellione. Lo spettacolo al quale assisteva era pur sempre sport, intenso e purificatore; era teatro nel senso più rispettoso del termine; era un festival di masse popolari (che i conservatori chiamavano “los sincalzones”, i senza mutande) che tremavano ad ogni colpo come se lo avessero ricevuto direttamente loro, come se all’improvviso la loro vita quotidiana consistesse solamente in una serie infinita di colpi diretti agli occhi. Sugli spalti si muore d’infarto in attesa dell’arrivo liberatorio del gong che segna la fine del round. “Vogliamo sangue!”, grida il pubblico, e non ha tutti i torti. Non il sangue versato dai giusti o dagli ingiusti, e neanche il sangue vero dell’arena, ma il sangue sgorgante della violenza estetica.

Ramses

Le coreografie acrobatiche e spettacolari mostrano wrestler che cadono, si rialzano e trasformano il corpo in un elastico, un’accetta, un colpo di ariete contro la porta del castello (il corpo dell’avversario). È la versione sportiva del Giorno del Giudizio.  La violenza acquista una dimensione unica: non quella dei combattimenti per le vie cittadine (di cui la boxe è una metafora teatrale), non quella dei ragazzi di strada che rischiano la vita tutti i giorni, ma una serie di colpi e prese in cui il simbolo divora la realtà, e la realtà, per sopravvivere, prende i simboli e li mette al tappeto. Nella lucha libre la violenza delle strade raggiunge il suo potenziale di bellezza: un ciclo di colpi che risultano nonostante tutto armoniosi, una serie di prese che superano ogni resistenza.
Lourdes Grobet esplora l’estetica abbagliante della lucha libre: il kitsch. Con la sua macchina fotografica non prende in giro e non fa moralismi. Quello che fa, e bene, è raccogliere testimonianze di un’estetica che abbina cani di ceramica a completi fantasiosi con cromatismi azzardati. Nessuna immagine che ha a che fare con il kitsch è vecchia, né nuova. Il kitsch è senza tempo perché scredita il buon gusto. L’anima della lucha libre va cercata soprattutto nella “zona d’urlo”. “Vogliamo il sangue! Squartalo! Distruggilo! Fagli la mossa della quebradora, figlio di puttana! Non fartelo scappare! Non rimanere lì impalato!”. Le urla dei wrestler e del pubblico rispettabile – una valanga di insulti quasi materni – dimostrano che la lucha libre non dovrebbe essere vissuta tramite il mezzo televisivo. Sullo schermo, con il suono “bonificato”, con il dramma ridimensionato dall’aridità degli spot pubblicitari, la lucha libre perde vigore, ammorbidisce il fragore delle prese e l’umiliazione degli insulti scagliati come offerte sacre dalla congregazione. In tv la lucha libre non riesce a mostrare le viscere della working class. Non è la lucha libre.

Hanoke Dragon
Ma nel wrestling messicano è davvero importante il confronto tra il Bene e il Male? Un tempo forse era così. Quando la gente non vedeva l’ora di morire per sapere cosa riservava ai buoni l’oltretomba. Forse allora il duello tra i “rudos” e i “tecnicos”, che ogni notte si contendevano, tra i vari trofei, le anime degli spettatori, simboleggiavano davvero la lotta tra lealtà e tradimento. E l’eroe incarnava il comandamento numero uno: “Tu rispetterai le regole”. Le foto di Lourdes Grobet non lasciano dubbi: in America Latina la lucha libre sarà sempre “ispanizzata”. Ormai il genere unisce i bassifondi con la gioia, l’eccitazione e le fantasie dei ragazzi. E poi: l’eloquenza della maschera. I lineamenti del volto non sono aboliti, sono resi eternamente sfuggenti. L’identità non è celata, ma piuttosto ricostituita.
Grazie alla maschera la lucha libre ci ricorda l’ovvio: le apparenze non solo ingannano, ci raccontano anche un’altra verità.
Rey Mysterio

(testo di Carlos Monsivàis, introduzione a Masked Superstars of Mexican Wrestling)

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