Architettura e (in)felicità

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“Si racconta che lo stoico Epitteto avesse chiesto a un amico, afflitto perchè la sua casa era bruciata in un incendio: “Se hai compreso veramente che cosa governa l’universo, come puoi anelare a qualche pezzo di pietra e a qualche bel sasso?”. Una simile austerità è (in realtà) una costante storica. Tuttavia questa determinazione nel disprezzare le esperienze visive è sempre stata compensata da tentativi altrettanto ostinati di plasmare il mondo materiale dandogli una forma gradevole.

Sembriamo divisi tra lo stimolo a trascurare i nostri sensi diventando impassibili all’ambiente circostante e l’impulso opposto a riconoscere che in buona misura la nostra identità è legata indissolubilmente ai luoghi in cui viviamo e si modifica con essi. Una brutta stanza può condensare i sospetti che nutriamo sull’incompletezza della vita, mentre una stanza illuminata dal sole e piastrellata con mattonelle color miele può rafforzare la speranza che ci portiamo dentro.

La fede nell’importanza dell’architettura si fonda sull’idea che tutti noi, nel bene e nel male, siamo persone diverse in luoghi diversi e sulla convinzione che sia compito dell’architettura darci un’immagine vivida di ciò che idealmente potremmo essere.

La bella architettura non presenta i vantaggi indiscutibili di un vaccino o di una ciotola di riso e per questo motivo non acquisterà mai rilevanza politica e non diventerà mai una priorità, perché anche se potessimo rimodellare tutte le opere dell’edilizia umana, con sforzi e sacrifici costanti, fino a emulare piazza San Marco, anche se potessimo trascorrere il resto della nostra vita nella Villa Rotonda del Palladio o nella Glass House di Philip Johnson, continueremmo comunque a essere spesso di cattivo umore. Se anche l’architettura possiede un contenuto morale, le manca il potere di farlo valere. Offre suggerimenti invece di promulgare leggi. Ci invita a emulare il suo spirito – non ce lo impone –, e non può impedire che se ne abusi.

Si può dire che nel complesso i sospetti destati dall’architettura nascono dalla modestia delle pretese che realisticamente si possono avanzare in suo nome.

Legare le nostre speranze di felicità all’ammirazione della bellezza degli edifici non è una gran prospettiva, soprattutto in confronto a quello che si prova quando si scioglie un nodo scientifico, ci si innamora, si accumula una fortuna o si fa scoppiare una rivoluzione. Avere a cuore un settore che offre risultati così scarsi pur consumando molte delle nostre risorse ci costringe ad ammettere un’inquietante, persino avvilente mancanza di ambizione.

Tuttavia, dopo aver affrontato alcuni dei più gravi contrattempi della vita emotiva e politica, possiamo approdare a una valutazione più caritatevole del significato della bellezza e di quelle isole di perfezione in cui rintracciamo l’eco di un ideale che un tempo abbiamo sperato di far nostro per sempre. Forse la vita deve mostrarsi in alcune delle sue tonalità più tragiche per riuscire a provocare in noi una risposta adeguata ai suoi doni più sottili, che appaiono sotto forma di un arazzo o di una colonna corinzia, di una piastrella di ardesia o di una lampada.

Perchè l’architettura cominci ad avere su di noi un impatto tangibile, forse è necessario che la nostra vita sia segnata in modo indelebile. Quando diciamo che un edificio ci “commuove”, alludiamo al sentimento dolceamaro di contrapposizione tra le nobili qualità di una struttura e la realtà più ampia, e più triste, in cui si trova.

Ci viene un groppo in gola quando guardiamo la bellezza sapendo implicitamente che la bellezza cui allude è l’eccezione.

È nel dialogo con la sofferenza che molte cose belle acquistano il loro valore. Conoscere il dolore si rivela inaspettatamente uno dei requisiti essenziali per apprezzare l’architettura. A prescindere da tutti gli altri fattori, forse dobbiamo proprio essere un po’ tristi affinché gli edifici ci commuovano davvero.”

testo: Alain de Botton, Architettura e felicità, Ugo Guanda Editore, Parma 2010

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