Memorie

Se un giorno gli uomini taceranno, se l’ingratitudine ucciderà ogni ricordo, grideranno le pietre.

This pictures show a part of the Carso Highland, which is sadly known due to the First World War. Places such as the Sacrario di Redipuglia, the Museum of San Michele, the Sacrario di Oslavia, remind to the sad experience of the Great War, collecting all the memories of those events and creating the net of paths of the Open Museum of the Grande Guerra (Great War) on the Carso.

This sad, lonely, and proud land is where I grown old and where a part of my soul will be forever.

Questo è stato il mio primo “progetto fotografico”, o meglio il compito per casa del mio primo corso di fotografia. Si trattava di raccontare una storia in 10 immagini, beh, chi non ha una storia da raccontare. La prima idea era di raccontare una storia usando i miei modellini di Mazinga e di Goldrake di ferro, quelli che ho da quando ero piccola. E ho ripensato a quando ero piccola. Beh, ci ripenso sempre, a quando ero piccola, e gran parte dei miei ricordi più belli sono legati al Carso, queste colline brulle battute dalla bora che noi chiamavamo “la monte”. Il Carso era dietro a casa mia, e ci andavamo a piedi ogni giorno. Si prendevano i fiori, il muschio, i sassi (che forse era già vietato ma non lo sapevamo), si catturavano le farfalle o le lucertole, si raccoglievano le more e gli asparagi selvatici, ci si appostava per osservare i picchi e le cinciallegre, e se proprio si era molto ma molto fortunati si riusciva a vedere un falco o un capriolo. Solo che il Carso, a dirla tutta, non è una collina come le altre: è pieno di trincee, di cippi, di croci. Così succedeva che noi bambini, che quella volta anche senza playstation e con le toppe sulla tuta si stava bene e non si aveva certo vissuto la guerra o altre cose drammatiche, si andava a giocare nelle trincee. E non si giocava alla guerra, si giocava al limite a fare gli esploratori o gli archeologi o gli avventurieri o semplicemente si giocava a nascondino. Poi qualche domenica o quando eravamo accompagnati si arrivava fino sul Sacrario, che saranno 800 metri di distanza anzichè 100. Lì c’erano le trincee più grandi, i cannoni e le àncore e addirittura le bombe, e a noi bambini che pur li avevamo visti decine di volte quegli oggetti sembravano sempre dei marchingegni misteriosi. Ma il Sacrario era un pò diverso “dalla monte”, perchè lì non si poteva più di tanto giocare. Lì ci sono 100 mila morti, e ci sono varie scritte dove ti dicono che devi onorare il loro ricordo. E a me che pur ero piccola e che nulla sapevo di onore e di ricordi, è sempre sembrata una cosa bella che ci fosse un posto dove i morti avessero tutto questo solenne rispetto. Ed è come se li avessi sentiti come miei antenati, e come se avessi intuito che in qualche modo avevano fatto qualcosa di buono per essere lì. Crescendo ho cambiato casa, e mi sono convinta che nel fare la guerra non c’è niente di buono, ma passando davanti al Sacrario ho sempre una stretta al cuore, un pò per il pensiero della mia infanzia felice, un pò per il pensiero di quei ragazzi che invece, appena finita l’infanzia, sul Carso hanno trovato la morte. Crescendo ho saputo anche che il Sacrario lo aveva fatto costruire Mussolini, e che molti lo snobbavano per questo. I miei genitori non mi avevano mai parlato di politica, e studiando ho dedotto che il valore dei simboli va al di là del significato che è stato loro assegnato quando sono stati creati: non serve essere cristiani per commuoversi davanti alla Pietà di Michelangelo, nè essere shintoisti per apprezzare la spiritualità di un tempio giapponese, nè essere di estrema destra o di estrema sinistra per restare in silenzio di fronte ad un cimitero di guerra. Io non sono mai stata di destra o di sinistra, ma le volte che ho avuto un problema, o un momento di crisi, o la necessità di prendere una decisione, sapevo per certo che il silenzio su quei gradini era il luogo dove avrei trovato delle risposte. Così è sempre stato. Se c’è un posto sacro nel mondo, per me quel posto è Redipuglia. Perchè è sì un cimitero, ma non è la celebrazione della morte. E’ la celebrazione dell’importanza della vita nel momento in cui viene vissuta, che sta scritto in quegli 8 mila “PRESENTE” scolpiti in stampatello nella pietra. Io credo che i genitori a volte dovrebbero portare i bambini sul Sacrario anzichè nei centri commerciali, senza playstation e senza cellulari e senza vestiti firmati e senza l’arroganza. Insomma, alla fine così è stato che quando ho deciso che storia raccontare ho guardato con tenerezza i miei Mazinga e Goldrake sulla mensola e li ho lasciati lì. E sono andata a fotografare il Carso.

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4 comments

  1. e poi ci sono io, che non c’era mai stata prima di un paio di estati fa.
    io che sapevo che una piccola parte della mia famiglia aveva perso la vita sul Carso e la memoria di una lapide, posta a ricordo di quel poco che è tornato alla famiglia, lo ricorda come un giovane ufficiale che si battè valorosamente. Quel sangue mi lega a quel posto, senza che io l’avessi mai visto.
    Ho trattenuto a stento le lacrime per l’emozione, quel luogo mi appartiene, senza mai averlo vissuto se non per quel pomeriggio.
    I “PRESENTE” incisi li ricordo ogni volta in cui penso che arrendersi non è la soluzione,che bisogna celebrare la vita ogni giorno. E si, se in un luogo come al Sacraio, non si sente l’appartenenza a quelle vite e a quella solennità non si è degni.

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    • Non ho mai trovato una risposta all’altezza del tuo commento. Abbiamo visto tanti luoghi insieme, e tanti ne vedremo ancora. Sono felice che tra i tanti luoghi ci sia stato anche questo. Quando ci porto qualcuno, è come se gli donassi una parte di me.

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