Thunder road

La vita è come un ponte. Attraversalo pure, ma non pensare mai di costruirci una casa sopra”

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E’ trascorso il mio primo anno su questo blog. Ho appreso compiaciuta dal resoconto annuale di wordpress di aver pubblicato una media di ben 3 foto a settimana, e ho preso atto mestamente del fatto che il computo totale dei commenti e delle visualizzazioni in questo esordio non è stato altrettanto entusiasmante. Ho scritto poco. “Poco e bene” diceva il saggio. Indipendentemente dai numeri, questo blog lo considero un obbiettivo centrato, una di quelle cose che prima o poi nella vita avrei voluto fare. Una di quelle cose attese ma non programmate, in fondo. A me in genere piace programmare tutto. Non perchè ami pormi dei vincoli. E’ più un atteggiamento dovuto all’illusione di poter controllare ogni cosa. O più realisticamente alla paura di non riuscire a farlo. Appartengo a quella schiera di persone che fa la lista dei buoni propositi per l’anno nuovo. In genere inizio a novembre dell’anno precedente e finisco a marzo dell’anno in corso. I progetti per il 2013 quindi sono ancora in corso di pianificazione. Ma la lista delle cose da fare è già nutrita: pubblicazioni, nuovo lavoro, viaggi, concerti, cosplay, foto, acquisti e via dicendo in ordine decrescente di urgenza e di importanza. In fondo alla lista quei propositi “new age” tipo mangiare sano o fare 50 addominali al giorno etc., che vengono puntualmente disattesi o rimandati di lunedì in lunedì.

Poichè programmare mi piace, poichè ne sento il bisogno, nella mia testa io ho già programmato in tutti i minimi dettagli anche i viaggi che potrò fare magari il prossimo anno, o tra due, o che forse non potrò fare mai. Io penso sempre ai viaggi. San Francisco, il mio sogno di sempre, Tokyo, il mio meritato premio dopo 4 anni di corsi di lingua giapponese, Mosca-Pechino con la transiberiana, il viaggio di una vita. Ma anche Dubai, Singapore e Kuala Lumpur, ma anche la Normandia in auto.

…”oh, oh, come take my hand … riding out tonight to case the promise land” …

Poi, dal nulla, qualcosa che non avevo programmato. Un bisogno, o forse solo un desiderio. Un malinteso diritto, o una spropositata ambizione. Una casa. Una casa mia. Vi è mai capitato di non avere una casa vostra e di pensare di volerla?
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Il genere di casa a cui nella mia mente malata io ho sempre ambito assomiglia a quella delle foto qui sopra. Io credo che tutti dovrebbero avere il buon gusto di volere una casa così. So bene di non poter permettermi neanche una sedia o una lampada di tal fatta, per cui da tempo ho stoicamente ridimensionato il buon gusto a favore del buonsenso. Niente vista panoramica, niente piscina, niente scala a sbalzo con struttura in cristallo. Non era tra le cose che avevo programmato per il 2013. Ma poi è successo che una casa l’ho trovata. E’ successo che ho pure chiamato l’agenzia immobiliare e sono andata a dare un’occhiata. E’ successo che la casa mi piace, mi piace davvero. E’ successo pure che ha un prezzo quasi accessibile. E’ successo che potrebbe essere la casa dei miei sogni anche se non ha la vista panoramica, la piscina, e la scala a sbalzo. E’ successo che per un pò ci ho pensato, che ci sto pensando ancora. E mi sento colpevole per volere qualcosa di troppo grande, di troppo impegnativo, di troppo stabile. Certo vivere qui come un profugo in una casa non mia non è una bella sistemazione. Ma almeno continua a tener viva in me la speranza di poter andare via. Andarmene via da qui. Il primo e più grande proposito, perseguito in modo fallimentare per tutta la mia esistenza. Se avessi una casa mia non potrei più sognare di andarmene via. Com’è meschino questo pensiero.

I cittadini guardavano i nomadi e pensavano: “Povera gente, non riesce ad avere un posto dove vivere”.  I nomadi, passando per le città, pensavano: “Sono davvero poveri quelli che vivono qui. Qui per loro tutto è uguale.”(Paulo Coelho)*

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Ogni singolo giorno o ogni singolo istante possano condizionare il corso di un’intera esistenza. Finchè le cose accadono indipendentemente dalla nostra volontà, si può essere fatalisti. Ma la scelta di acquistare una casa non rientra tra le opzioni del “mi è capitato”. Poi bisogna fare i conti con delle radici che diventeranno sempre più difficili da strappare, con spazi ormai troppo monotoni e troppo angusti, con facce già viste troppe volte. Niente più sogni di libertà, anzi una palla al piede costituita dal mutuo che pesa come un macigno sul futuro, ammesso che l’uno e l’altro (mutuo e futuro) ti siano concessi. Non diranno di me “Se n’è andata all’estero, beata lei“. Immagino che le persone parlino così perchè io non invidio mai quelli che comprano casa, invidio sempre quelli che se ne vanno da qui.

… “is a town full of losers… I’m pulling out of here to win“…

L’altra sera a “Terra”, il programma di canale 5, un’impietoso reportage sulla disatrosa situazione abitativa in Italia, si concludeva con un pensiero di Mauro Corona, “la casa deve essere come un abbraccio“. Lo scrittore ricordava che il nostro su questa terra è solo un passaggio e che non è il caso di penare tanto per possedere qualcosa che dovremo lasciare. Per gioire di quell’abbraccio oggi, avrei dovuto partire a 20 anni, quando ero ancora in tempo per tornare (o per fare un mucchio di soldi e poter comprare una casa in contanti ora). Chissà. Forse non parte mai veramente chi pensa di tornare. Forse io, che nel mio cuore ho sempre pensato solo a partire, non sono mai rimasta veramente qui.

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da sé stessi non si può fuggire.” (Andrej Arsen’evič Tarkovskij)

 Forse non potrò fuggire mai.

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…”Lying out there like a killer in the sun

      Hey I know it’s late we can make it if we run

sit tight

take hold

      Thunder Road”…

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8 comments

  1. l’avere una casa significa avere radici, è vero. ma se le radici sono ben piantate il resto del tronco e della chioma può spingersi in alto fino a sfiorare il cielo o ad abbracciare il maggior spazio possibile. Come sentii una volta in un episodio di Saiyuki (era Genjo Sanzo Hoshi da ragazzino, che voleva “andare via e non tornare” che ascolta le parole, credo, di Koumyou Sanzo), anche gli uccelli volano e ti appaiono liberi di partire ed andare ovunque, ma se non avessero dove posare le ali, non potrebbero più esser liberi.
    Con affetto

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    • Grazie mille. Le tue parole (e la tua presenza) mi sono spesso di aiuto, e apprezzo davvero tanto, più di quanto ti possa sembrare, il fatto che tu ci sia anche qui. Quello che potrei rispondere lo sai già, quindi per non lasciare un vuoto, scriverò una fase nuova, nuova perchè non è farina del mio sacco. E’ la frase che campeggia sulla testata del blog di una delle persone che hanno messo “mi piace” a questo post. E’ la frase che forse meglio di ogni altra può riassumere il senso di quello che si è detto (e di quello che si è sottointeso) fin qui.

      “Se io fossi una donna che torna, è qui che tornerei”.

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