Robert Capa. La realtà da vicino

Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino.”

Robert Capa ritratto da Gerda Taro, Parigi (1935)
Robert Capa ritratto da Gerda Taro, Parigi (1935)

Un paio di settimane fa ho avuto modo di visitare la splendida mostra Robert Capa – La Realtà di Fronte, allestita a Villa Manin in occasione del centenario della nascita dell’artista considerato all’unanimità il padre del fotogiornalismo moderno. Non mi soffermerò sulla recensione della mostra, sicuramente un evento ineccepibile sotto tutti i punti di vista, in particolare sotto quello della completezza del percorso espositivo, costituito da 180 fotografie disposte in una decina di sezioni che coprivano tutto l’arco temporale del lavoro di Capa in modo piuttosto esaustivo.
Vorrei piuttosto approfittare di questo spunto per riproporre qui brevemente alcuni momenti della storia e del lavoro di un fotografo eccezionale, nella convinzione che la sua eredità sia un patrimonio inestimbabile, a cui vale la pena di dedicare un capitolo di questo blog.

Rober Capa nasce a Budapest il 22 ottobre del 1913;  il suo vero nome è Endre Ernő Friedmann. Già all’età di 17 anni è costretto a lasciare l’Ungheria e ad espatriare in Germania, sia a causa delle sue origini ebree che delle sue frequentazioni  con gli ambienti antifascisti. Trasferitosi a Berlino, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche ed inizia a lavorare (prima come fattorino, poi come fotografo) presso la Dephot, la principale agenzia giornalistica tedesca dell’epoca. Il suo primo servizio fotografico consiste in un reportage del comizio tenuto da Trotzky a Copenhagen nel 1931.

Dopo l’avvento del nazismo si sposta prima a Vienna e poi a Parigi, dove conosce Gerda Taro, che diviene presto sua compagna di vita e partner professionale. Gerda, immigrata tedesca, condivise con lui l’entusiasmo dei brevi anni parigini (durante i quali nacque l’idea dello pseudonimo e anche del personaggio del “fotografo americano”), ma altresì l’amara esperienza della Guerra civile spagnola. Fu lì che Gerda Taro andò incontrò al suo destino, rimanendo uccisa da un cingolato al ritorno dal fronte di Brunete, a soli 26 anni.

Gerda Taro ritratta da Robert Capa (1937)
Gerda Taro ritratta da Robert Capa (1937)

Nel 1936 Capa è in Spagna, a documentare con le sue foto gli orrori della guerra civile. In quell’anno scatta quella che è diventata la sua foto più famosa, quella che ritrae il miliziano colpito a morte, pubblicata per la prima volta su VU, poi su Life, su Picture Post, e divenuta in seguito una delle icone più celebri della storia della fotografia.

Morte di un miliziano lealista, Cordoba (1936)
Morte di un miliziano lealista, Cordoba (1936)

La foto è stata fin da subito al centro di molte polemiche sulla sua presunta veridicità, ma ci vorrebbe un post intero solo per parlare di questo. La questione non fu mai chiarita da Capa, che si limitò a dichiarare in seguito: “Si diceva che fosse la miglior foto che avessi mai scattato, ed io non l’avevo nemmeno inquadrata nel mirino perché avevo la macchina fotografica sopra la testa”. La morale, in sostanza, era che non c’era bisogno di finzioni: “Per scattare foto in Spagna non servono trucchi, non occorre mettere in posa. Le immagini sono lì, basta scattarle. La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità”. In ogni caso, è chiaro che il significato di questa immagine va al di là delle (pur interessanti) teorie sua autenticità o meno.

Nel 1937, il Giappone invade la Cina, per ottenere il riconoscimento della sovranità sulla Manchuria. L’anno successivo Capa si reca sui luoghi dello scontro, con il cineasta Joris Ivens, che sta lavorando al documentario “I 400 milioni”. La sua testimonianza della guerra Cino-giapponese è un altro documento straziante degli orrori che la guerra produce, sempre, su entrambi i fronti.

Cina, Xian (1938)
Cina, Xian (1938)

Il 3 dicembre 1938, Picture Post definisce Capa “the Greatest War Photographer in the World“, il miglior fotografo di guerra al mondo.

Dopo alcuni anni trascorsi in Algeria e in Tunisia, nel 1943 è in Sicilia a documentare lo sbarco americano. Vi giunge con un avventuroso lancio in paracadute, terminato sopra un albero. Rimane in Italia per due anni, fino al 1945, e oltre che con le toccanti immagini, Capa testimonia quell’esperienza anche con un diario, pubblicato nel 1947 con il titolo Slightly out of focus, dove racconta l’inquietante normalità e l’assurda insensatezza della guerra, “un inferno che gli uomini si sono costruiti da soli.

Una delle immagini simbolo dell’avanzata americana è stata scattata in Sicilia nell’agosto del 1943: essa ritrae un minuto ed anziano contadino che indica la strada ad un soldato americano. I loro sguardi si perdono sullo stesso punto di fuga, quello indicato dal bastone.

Troina, Sicilia (1943)
Troina, Sicilia (1943)

Il 6 giugno del 1944 è in Normania per documentare lo sbarco americano ad Omaha Beach. Tutto il lavoro andò perduto a causa di un errore durante lo sviluppo dei negativi. Questo rense ancora più preziosi i pochi fotogrammi superstiti, denominati i Magnificent Eleven. Spielberg si è ispirato ad essi per la ricostruzione del D-Day nel film Salvate il soldato Ryan.

Sbarco dell'esercito americano, Omaha Beach (1944)
Sbarco dell’esercito americano, Omaha Beach (1944)

Nel 1945 la guerra sta volgendo al termine. Il 18 aprile di quell’anno Capa è al seguito dell’armata americana che sta facendo ingresso a Lipsia. Si trova in un appartamento con un caporale che ha appena imbracciato un mitragliatore, e che viene colpito a morte da un cecchino. Capa è alle spalle dell’uomo, e coglie, un altra volta, l’immagine della morte che ha di fronte: “Avevo scattato l’ultima foto dell’ultimo soldato che muore. Nell’ultimo giorno cade sempre qualcuno degli uomini migliori, ma i sopravvissuti faranno presto a dimenticare.”

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L’ultimo caduto, Lipsia (1945)

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1947 Capa fonda a Parigi l’agenzia Magnum Photos, assieme ad Henry Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vanivert.

Dal 1948 al 1950, in tre viaggi, è testimone della guerra arabo-israeliana e della fondazione dello Stato di Israele, in occasione della quale realizza il documentario “The Journey”, dal quale emerge tutto il dramma dei rifugiati e dei profughi che diventeranno i cittadini israeliani.

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Grazie alla conoscenza di Ingrid Bergman, con cui intrattiene una relazione di due anni, nel frattempo Capa si avvicina anche al mondo del cinema, finendo per realizzare una serie di interessanti scatti sui set di Notorius (1946), Arco di Trionfo (1948), Riso Amaro (1949), La carrozza d’oro (1952), Moulin Rouge (1952), Il tesoro dell’Africa (1953) e La contessa scalza (1954).

Doris Dowling e Silvana Mangano sul set di “Riso amaro” (1950)
Doris Dowling e Silvana Mangano sul set di “Riso amaro” (1950)

Molti di questi scatti, appartenenti infondo alla parte meno nota della produzione di Capa, erano presenti nell’esposizione di Villa Manin, anche se quelli che mi hanno più colpito sono stati forse i sorprendenti ritratti di Picasso e di Matisse:

Matisse ritratto nel suo studio
Matisse ritratto nel suo studio

Durante la sua vita Capa ha scattato circa 70.000 foto.
L’ultima, pochi istanti prima di morire, calpestando una mina antiuomo a Thai Bin, in Indocina, al seguito di un drappello di truppe francesi. “Colpito all’apice della sua gloria” ricorderà Cartier-Bresson. Colpito nello svolgimento di quel lavoro assurdo, di cui probabilmente più di una volta Capa aveva messo in dubbio la natura: “Poco per volta mi sembra di diventare un avvoltoio… Il più caro augurio di un corrispondente di guerra è di essere disoccupato“.

Indocina, accampamento di Sha’ar Ha’aliya (1950)
Indocina, accampamento di Sha’ar Ha’aliya (1950)

Su internet si trovano  centinaia o forse migliaia di siti e di post dedicati alla figura ed al lavoro di Robert Capa, quindi non è necessario scendere qui in ulteriori dettagli. Tra i tanti pensieri che potrebbero concludere questo breve articolo, però, quello forse più significativo è quello formulato dallo scrittore John Steinbeck, che fu con Capa in Russia nei primi anni ’50:

“Mi sembra che Capa abbia dimostrato senza ombra di dubbio che un apparecchio fotografico può essere ben altro che un semplice meccanismo. Come per la penna, la foto vale ciò che vale l’uomo che se ne serve. Essa può essere la proiezione dello spirito e del cuore.”

RobertCapaLife05161938

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