Brains drain [spirits remain]

Avrei voluto dare la notizia da un po’ ma attendevo le conferme “ufficiali” oltre a quelle “ufficiose”. Quando un sogno si realizza sul primo momento si fa fatica a capacitarsene. Si fa fatica a capacitarsene anche dopo un po’, quando si tratta di un sogno per cui hai lottato con le unghie e con i denti.
Ho vinto una borsa di ricerca, un postdoc alla Ludwig Maximilian University di Monaco.
Potrei davvero descrivere quanto tutto questo sia importante e decisivo per il mio futuro, ma non vorrei mai che questo assomigliasse ad uno di quei classici post scritti sui blog degli espatriati da giovani-brillanti-intellettuali-di successo che decantano le magnifiche e progressive sorti dell’umanità e che ammoniscono con malcelata modestia “non chiamateci cervelli in fuga”.
[In effetti… quando papà ti paga l’affitto e ti presta il bancomat… da cosa mai dovresti fuggire?]
 E’ una bella giornata di sole. Dopo un lungo cammino in salita ho un attimo il tempo per fermarmi e prendere fiato. La strada, davanti, è ancora ripida. Ma l’aria è tersa, posso finalmente respirare un pò di ossigeno, posso guardarmi indietro. E quello che vedo dietro a me non è affatto bello. Quello che vedo dietro a me è solo fango.
Dietro a me c’è un mondo dove il mio tempo ed il mio lavoro non valevano nulla, un mondo dove io non valevo nulla, un mondo dove i miei sogni, il mio futuro e la mia dignità non hanno mai avuto diritto di esistere. E’ un mondo che si chiama Italia. Beh, non vi racconterò che cosa succede in Italia. Non vi racconterò che cosa succede nelle università italiane. Non vi racconterò cosa è accaduto nella mia vita mentre ho accumulato 17 anni di contributi in caso che il piano A non funzionasse. Il piano A in Italia non ha praticamente mai funzionato. Sono felice di aver vinto una borsa di studio in Germania (con lo stesso progetto che in Italia è stato bocciato, tra l’altro) perchè questo dimostra chiaramente e palesemente che me la merito. In Italia non avrai mai qualcosa per merito. E soprattutto non avrai mai qualcosa perché l’hai chiesta. Avrai solo quello che ti verrà dato, quando ti verrà dato, e nel momento in cui lo riceverai sarà sempre così poco e così tradi che ti farà sentire per tutto il tempo come un cane che aspetta gli avanzi sotto al tavolo dei padroni.
 Allora, insomma, questo è quanto. Me ne vado all’estero per un pò. Bello, no? Lontano dal mio ragazzo, dalla mia famiglia, dai miei amici, dalla mia casa, dai miei libri, dal mio Carso, dal mio mare, forse anche un pò dalla mia anima.
[I cervelli fuggono, sapete, ma le anime restano]
Come mi devo sentire? Io mi sento bene, perché so dove andare, so che avrò uno stipendio (che per inciso sarà più del doppio di quello che avevo in Italia), so anche che posso tornare quando voglio, una stanza dove dormire ce l’avrò sempre. Ma come si devono sentire tutti quei migliaia di ragazzi e di uomini e di donne che ogni anno lasciano l’Italia per andarsene in Germania senza nulla? Non ci sono solo gli hipster che vanno a fare i blogger a Berlino e gli arroganti amministratori di inutili pagine facebook dove si discute di qual’è la pizza più buona della Baviera. Non ci sono solo i postdoc che che hanno studiato nelle migliori università del mondo spesati da papà.
Ci sono io ad esempio, che fino a ieri avevo la qualifica di operaio livello 5, e che per poter lavorare in Italia dovevo nascondere i titoli dal diploma in su.
 Ci sono decine e decine di amici e amici di amici che sono partiti, alcuni per non tornare, la maggior parte per non restare. Uno alla volta, piano, silenziosamente. Ognuno con il proprio sogno in tasca, ognuno con il proprio incubo dietro alle spalle.
Saremo felici? Sì, senza dubbio.
****
“La fame va e viene. La dignità, una volta persa, non torna più”.
 ****
Non ho veramente voluto nulla di tutto questo.
Non sono qui per godermi i vantaggi dell’emigrazione.
Non mi godrò mai nulla fino in fondo,
starò semplicemente qui, in piedi, a sudare,
a ricordarvi con la mia lontananza di avere dei rimpianti.
Per tutto quello che di bellissimo mi avete tolto.
Per tutto quello che avrei potuto fare, essere, avere a casa mia.
E anche se qua andrà tutto per il meglio,
non sarò mai a casa,
e questa lingua non sarà mai mia
come tutte queste nuvole.
Ma non ve ne fregherà nulla.
Mai.
Forse un giorno.
Quando le vostre città in macerie
puzzeranno di vecchio
e sentirete finalmente la mancanza
di tutti quei ragazzi che avete mandato via a calci.
Perché credo che sia tutta colpa vostra, di nessun altro.
Nessun politico, nessun amministratore, nessun potente ha più colpa di voi.
Di noi.
Perchè mi sento responsabile di questa catastrofe tanto quanto lo siete voi.
È ora di ammettere che abbiamo fallito.
E che il nostro mondo è crollato.
E io non sono che una scheggia andata a infrangersi da qualche altra parte.
 
Sono le parole che si leggono in sovraimpressione mentre si guarda questo video. L’audio ci racconta i luoghi comuni, quelli dei blog, di facebook, delle telefonate agli amici. Lo scritto, invece, è il non detto, è la rabbia, il dolore.
L’errore di molti è credere che la differenza sia tra chi va e chi resta. 
Ma la vera differenza è tra chi questa rabbia e questo dolore li può capire, e chi non capirà mai.
                     

Un’anziana ma molto arzilla signora qualche tempo fa mi ha detto: “Noi abbiamo fatto la guerra, ma siamo stati più fortunati di voi. Perché, a differenza vostra, noi avevamo un futuro.”

Chissà, se serve fare una guerra per avere un futuro.

Io la mia guerra l’ho fatta. Adesso vado a prendermi il futuro.

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8 comments

  1. Buena suerte. Da una persona che prova la tua stessa rabbia, che fa sogni ad occhi aperti, a cuore spalancato, a braccia che non si consumano a stare lì protese alle stelle e a gambe piantate a terra, a questa terra a questo mare del sud di un mondo storto e con le bozze, e che ti augura quello che augurerei a me: un cielo azzurro, limpido e nuovi orizzonti da conquistare. Magari ti vengo a trovare…
    Con affetto,
    Cintia

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    • Mia cara!
      Con altrettanto affetto, che dire… preferisco il cielo grigio e la pioggia negli occhi che un cielo azzurro visto da dietro alle sbarre… ma fuor di metafora mi tengo stretto il tuo augurio… chi mi puo’ capire meglio di te, tanta di quella rabbia l’abbiamo condivisa.
      Un abbraccio grande, a presto!
      ps. passa pure tu perche’ io prego ogni giorno di non tornare mai…

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    • Grazie davvero. Nonostante abbia sempre amato viaggiare e sognato di vivere altrove, questo blog ha sempre stranamente tirato fuori qualcosa in me che aveva a che fare con delle radici, con un’identita’, con un territorio. Questo post avrebbe potuto dire mille cose e invece ha ribadito lo stesso concetto espresso nella frase dell’intestazione: “A man must belong to something”. Quindi si’, questo blog continua ad avere senso di esistere, io continuero’ a scriverci… e continuero’ a scriverci in italiano 😉

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    • Grazie per il pensiero!
      Il peggio deve essere passato, ne sono assolutamente certa, ma qualsiasi cosa mi riservera’ il futuro, saro’ pronta. Ho avuto la notizia, ho fatto le valigie, ho trovato casa e sono partita tutto nell’arco di una settimana. “Essere sempre pronti” (e’ il motto dei boy-scout).

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