Budapest Summer University

“L’esperienza non è ciò che accade a un uomo: è cio che un uomo fa con quel che gli accade.”

(Aldous Huxley)

Non è mai troppo tardi per iniziare a collezionare delle buone esperienze. E, per quanto riguarda la mia vita universitaria, nella categoria “buone esperienze” rientrano ormai quasi esclusivamente quelle vissute oltreconfine. L’argomento di questo post sarà dunque la mia ultima “buona esperienza universitaria oltreconfine”: una summer school che ho potuto frequentare grazie ad una borsa di studio offerta da una delle più innovative e promettenti istituzioni europee nel campo delle scienze sociali, la Central European University di Budapest. Si stratta di un’università fondata dal magnate e filantropo George Soros nel 1991, su modello dei campus americani, infatti tutti i corsi e gli insegnamenti sono in lingua inglese. Fondata dopo il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione del blocco sovietico, l’università annovera tra i suoi valori fondanti il proposito di favorire la transizione verso la democrazia e l’obiettivo di formare i nuovi membri della “società aperta” e liberale.

Stella Marega CEU

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Io ero stata a Budapest con i miei genitori moltissimi anni fa, proprio nei primi anni ’90, quando la città non aveva ancora smaltito del tutto i postumi del comunismo (anche se esisteva già il McDonalds). I ricordi erano piuttosto vaghi, tuttavia ho avuto l’impressione che Budapest nel frattempo sia diventata ancora più bella. Ma ritorno alla summer school. Per fortuna ogni tanto ho l’accortezza (dopo tante occasioni perse si diventa un pò più “accorti”) di monitorare le attività proposte dalle varie università straniere e dai centri di ricerca di mio interesse. Va detto che, nonostante l’ampiezza delle offerte, queste sono dirette quasi sempre a target molto specifici, in termini anagrafici e di curriculum, per cui è piuttosto difficile rientrarvi a pieno titolo. Per una volta però ho trovato una proposta perfettamente corrispondente ai miei requisiti, si trattava appunto del corso “Religious Violence in Global Perspective” alla Central European University, coordinato da Matthias Riedl, giovane e brillante professore che si occupa proprio dei miei stessi identici temi (per correttezza gerarchica diciamo che sono io ad occuparmi dei suoi stessi identici temi) e che seguo assiduamente da tempo. L’applicazione è stata abbastanza impegnativa in termini di materiale da sottoporre, anche se tutto sommato non complessa ed agevolata da un ottimo sistema informatico di inserimento ed archiviazione dei documenti. Ho avuto risposta positiva dopo pochissimo tempo. La più grande fortuna è stata l’assegnazione di una borsa di studio che copriva l’alloggio e soprattutto il costo del corso stesso, che altrimenti non mi sarei mai potuta permettere (ricordo, tanto per mettere il dito nella piaga, che, pur essendo tra i membri più produttivi del mio dipartimento – posso fornire prove in merito qualora richieste – non ricevo alcun finanziamento né rimborso spese dall’università italiana).

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Stella Marega Budapest street art

I mesi precedenti alla partenza hanno richiesto discreti preparativi, in particolare andava sistemato il progetto di ricerca proposto, che sarebbe stato poi presentato durante il corso, e andavano letti ed assimilati una serie di testi per la comprensione preliminare dei vari argomenti trattati. I temi riguardavano appunto il problema della violenza religiosa, ed toccavano in quattro aree principali: cristianesimo, induismo, islamismo e processi di peace building o pacificazione che dir si voglia. Premetto che, con i moltissimi appunti che ho raccolto, mi piacerebbe nel prossimo futuro creare due cose:

1) un testo didattico con tutti i contenuti del corso, per future proposte di lezioni e seminari (in inglese)

2) un bel diario completo con le foto e tutti i contenuti del corso (in inglese).

Per il momento, vista anche la ristrettezza dei tempi e le mie difficoltà anglofone, mi accontento di questo post. Per chi volesse approfondire la questione, è disponibile un breve resoconto sul sito dell’università.

Dunque, fatti i preparativi, prenotato l’aereo, deciso che al ritorno il mio ragazzo sarebbe venuto a Budapest in auto e che avremmo utilizzato il nostro buono sconto di airbnb per passare gli ultimi due giorni in città prima del rientro, non restava che mettersi sotto con lo studio – anticipando pure tutto quello che avrei dovuto fare nei 15 giorni di assenza.

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Quando farò il diario completo del corso (ossia mai, intanto teniamo questo come alternativa) vorrei soffermarmi sull’aspetto più stupefacente dell’intera vicenda, ossia il livello di organizzazione di questa università, una cosa già parzialmente vista in Germania ma qui ancora più impressionante, dal momento che – mentre in Germania ero un ricercatore che lavorava in modo indipendente – qui ero proprio “uno studente”, quindi uno che rientrava a pieno titolo negli “utenti” dell’università. Già prima di arrivare ho avuto informazioni di ogni tipo non solo sul corso, sull’università e sul residence, ma anche sulla città, dai trasporti, alle attrazioni turistiche, ai locali, al cibo, al clima, insomma praticamente su tutto. Ho avuto le istruzioni e lo sconto per il bus navetta che dall’aereoporto mi ha portato al residence, prenotabile già da casa (ottimo per me perché il mio aereo arrivava alla sera e non c’era molto tempo da perdere) ho avuto la tessera dell’università (la prima tessera dell’università della mia vita!!!! Mai avuta qui in Italia né durante la laurea né durante il dottorato. Anche se ha la data di scadenza e quindi è ora inutilizzabile la porterò sempre con me nel portadocumenti), ho avuto (udite udite) un codice che mi permetteva di fare le fotocopie gratuitamente (inviando i documenti da qualsiasi computer della biblioteca a qualsiasi stampante, cose fantascientifiche), ho avuto anche un pò di gadgets, che magari li danno ovunque, comunque a Trieste le borsine con il logo dell’università te le devi pagare.

Ma che parlo a fare, dettagli inutili, chiunque nel dormitorio della propria università avrà avuto la piscina, no?

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Per non dilungarmi troppo, descriverò solo la giornata tipo:

  • sveglia alle 7.30
  • doccia – preparativi – sforzo sovraumano per trattenere le imprecazioni dopo aver visto cosa si mangiano questi a colazione (sorvolo sul tema “cibo” per rispetto e riconoscenza verso il paese ospitante ma vi dico solo che l’Inghilterra a confronto è il paradiso della buona cucina. E, no, se non avete mai mangiato gli spaghetti spiacciccati col ketchup non potete controbattere).
  • 3 fermate di autobus, 5 fermate di metro, breve passeggiata (l’università si trova in una bella zona centrale), inizio corsi alle 9.30.
  • 4 lezioni ciascuna di un’ora e mezza, intervallate da pause caffè/the/sigarette e pausa pranzo. Fine delle lezioni alle 18! Di queste 4 lezioni, le prime due, alla mattina in genere erano seminari, quindi attività che comprendevano dicussioni, domande, interventi etc. La terza lezione (la prima del pomeriggio) si svolgeva in due gruppi distinti, nei quali a loro volta 2 dei partecipanti esponevano le proprie ricerche, seguite da domande, commenti, consigli. Questa parte interattiva, quindi la possibilità di esporre il proprio lavoro in progress e di avere un riscontro dei propri pari è stata assolutamente innovativa per me, non avevo mai avuto questo tipo di confronto. La quarta lezione infine, era in genere una conferenza del professore che aveva tenuto i due seminari del mattino, che si svolgeva in un’aula magna con un pubblico più ampio. Ogni giorno i seminari e la conferenza finale erano tenuti da un professore diverso, parliamo di studiosi di fama internazionale del livello di Mark Jueregensmeyer.
  • non contenti, alle 18.30 – a giorni alterni – abbiamo avuto anche dei “ricevimenti” presso la vicina sede dei corso di Public Policy, dove oltre a cibo e bevande c’era la possibilità di stare assieme in modo più informale, fare qualche foto e discutere un pò. Una delle cose che più mi hanno colpito è stato il discorso tenuto dalla direttrice durante il primo di questi ricevimenti, quando, oltre a ricordare i valori e gli scopi della CEU, ci ha detto di approfittare di questa esperienza per approfondire i nostri studi, utilizzando tutti gli strumenti messi a disposizione dall’università, di approfondire la conoscenza della città, ma soprattutto di approfondire le amicizie ed i rapporti con gli altri partecipanti, perché “alcune delle persone che conoscerete qui diventeranno i colleghi e gli amici di tutta la vita“. Questa frase mi ha quasi commosso, mi commuove ancorta ora mentre la scrivo, e mi ha spronato a tener duro soprattutto durante i primi giorni, quando la forza per impiegare il tempo libero a conversare con i californiani e gli indiani in un inglese reciprocamente incomprensibile era (reciprocamente) davvero vacillante. (Jennifer, Anagha, I loved you)
  • alle 19.30 circa, viaggio all’incontrario per rientrare al residence, sosta fuori città al capolinea della metro, in un mercato veramente conveniente per prendere un pò di frutta (la cena) o nel vicino centro commerciale per un gelato ed un panino (con un occhio agli ultimi saldi, approfittando del deficit intellettivo era l’occasione giusta). Rientro, un’oretta in giardino (comprensivo di bar, campo da tennins, sdraio etc.) per chiamare a casa e controllare un pò le mail, ripassare i testi per il gorno successivo, caricare una foto su instagram.
  • svenimento a letto ad ora imprecisata.

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Stella Marega Budapest

Questa routine bi-settimanale ha avuto due principali eccezioni: venerdì pomeriggio e sabato abbiamo avuto il grande piacere ed onore (non tutti, qualcuno – ahi ahi – il sabato mattina è crollato XD) di assistere alla proiezione di due film del pluripremiato regista indiano Anand Patwardhan. Il primo In the Name of God, parla degli scontri tra Indù e Musulmani nella località di Ayodhya, secondo la mitologia indù città natale del dio Ram. Gli scontri hanno avuto luogo nei primi anni ’90, in seguito a decennali rivendicazioni sul fatto che la moschea locale fosse sorta nel luogo del preesistente tempio di Ram e che – pur essendo stata per un certo tempo condivisa da entrambi i gruppi di fedeli – andasse demolita per far posto ad un nuovo tempio. Il secondo film, della durata di quasi 3 ore ma assoltamente coinvolgente, ha un titolo altrettanto emblematico, War and Peace, e parla della corsa all’armamento nucleare perseguita in India a partire dal 1998, con lo scopo “escatologico” di diventare un’impero mondiale “come gli Stati Uniti”. Il film mostra tutti gli aspetti apocalittici di questa questione, i più impressionanti dei quali sono le devastanti conseguenze dei test nucleari sulla stessa popolazione indiana, in particolare i cittadini più indigenti che hanno venduto i terreni per i test a pochi spiccioli, spostandosi a vivere qualche chilometro più in là. Questa doccia di consapevolezza (se pensiamo che dagli anni 50 ad oggi nel mondo sono stati effettuati oltre 2000 esperimenti con ordigni nucleari) è stata per me allo stesso tempo illuminante e devastante. Successivamente ho anche avuto modo di acquistare una copia del film, di farmela autografare, e di scambiare qualche parola con il regista, cosa che mi ha reso molto felice.

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La seconda variante al programma è stata la gita domenicale a Szentendre, graziosa cittadina a nord di Budapest, raggiunta con una piacevolissima crociera sul Danubio, anche questa gentilmente offerta dall’università, con la possibilità per chi ne poteva usufruire, di portare gratuitamente parenti o amici. Benchè questo abbia significato rinunciare definitivamente ad una bella dormita (domenica sveglia alle 7) è stata ovviamente una opportunità imperdibile che mi ha lasciato un bellissimo ricordo. Hanno partecipato anche gli studenti di altre due summer school che si svolgevano contemporaneamente alla nostra, i professori e gli ospiti che erano presenti in quei giorni, tra i quali il regista indiano e la professoressa Shruti Kapila, che insegna filosofia politica a Cambridge e che ha tenuto una magnifica giornata di lezioni sulla figura di Gandhi, non solo come attivista politico, ma soprattutto come filosofo, quindi una sintesi che ovviamente per chi come me studia filosofia politica in occidente è non solo di fondamentale importanza ma al tempo stesso anche difficile da reperire altrimenti.

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Mi sembra di essermi già dilungata fin troppo e forse chi trova questi temi noiosi (chi può trovare noioso il problema del passato, del presente e del futuro del mondo? La filosofia politica racchiude i problemi più contingenti ed affascinanti che esistano 😉 ), qualcuno, dicevo, potrebbe già aver abbandonato la lettura da un pò. Per chi ha resistito fin ora, diamo come primo bonus il link al mio profilo su instagram dove trovare le foto meglio riuscite della città e di Szentendre. Per chi legge il blog dal computer è possibile vedere le ultime foto sulla colonna a sinistra. Come secondo bonus, un breve accenno al fatto che nell’ultimo giorno di corso c’è stata la consegna dei diplomi e la festicciola finale, e poi è iniziata anche la mia vacanza, perché il mio tesorino mi ha raggiunto in auto (spezziamo una lancia non solo per la buona volontà del mio ragazzo ma anche per l’efficienza del personale del residence che ci ha permesso di lasciare l’auto custodita 2 notti a 4 euro, e ricordiamo infine che mentre il pieno fatto in Italia e pagato 92 euro non basta per arrivare a Budapest, il pieno fatto a Budapest e pagato 68 euro basta per arrivare in Italia e ti avanza pure). Abbiamo passato 2 giorni bellissimi in un super appartamento che si è rivelato anche un’ottima location fotografica (se andate a Budapest avvisatemi che ve lo devo segnalare), ho finalmente visto il resto della città, la chiesa di St. Mathias, il bastione dei pescatori, tutti i ponti, il mercato, la zona “trappola per turisti”, l’Hard Rock café, il locale dei Manowar, il parco e piazza degli eroi, oltre a ri-vedere gli imperdibili must, il parlamento e il cat-café. Dopo essere entrata in possesso della mia macchina fotografica sono riuscita anche a fare un paio di foto con una risoluzione migliore:

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Al di là della stanchezza, della sensazione (non del tutto confortevole per quanto stimolante) di tornare sui banchi di scuola, delle mie gaffes con l’inglese e con la cucina magiara, il valore positivo di questa esperienza resta inestimabile. Non capita tutti i giorni, non capita credo, in tutta una vita, di stare in un giardino, davanti ad una tazza di the, a parlare con qualcuno che hai conosciuto il giorno prima e che viene dall’altra parte del mondo, parla un’altra lingua e professa un’altra religione, del perché dell’odio, del perché delle guerre, del perché la filosofia non se la caga nessuno, del perché in Italia è difficile trovare un paio di jeans se sei alta 1 e 80 (me lo chiedeva un’americana), del perché gli ungheresi mettono la crema nelle brioches salate e i wurstel in quelle dolci e poi le mescolano tutte (questo era un pò il mio cruccio principale). Spiegami quanto è grave il problema dei Rom perché noi non ne sappiamo niente, spiegami perché gli europei credono che i musulmani siano terroristi, spiegami com’è fatto per voi il paradiso, spiegami che cos’è l’Apocalisse, spiegami perché a Fiumicino hanno perso il mio bagaglio, spiegami come fai a sapere chi è Dalher Mehindi. 

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Come terzo ed ultimo bonus, una piccola considerazione conclusiva sul fatto che poter conoscere tutte queste persone in gamba e motivate provenienti da tutto il mondo e condividere esperienze formative di questo livello è un immenso dono che mi è stato fatto dalla Central European University e da chi ha selezionato la mia proposta, e per il quale sarò grata vita natural durante. Resta, naturale compendio della gratitudine per tutto questo, la volontà di mettere a frutto quanto appreso, in primis la rinnovata consapevolezza che per diventare una persona migliore, è necessario mettersi a confronto con le persone migliori.

Per me non è stato facile accettarlo. Per qualche momento ho rimpianto quella sensazione che si prova quando ti senti perfettamente a tuo agio, perché sei quello che sa sempre cosa dire e cosa fare, quello che trova sempre le parole giuste ed ha sempre la risposta pronta. Qui invece non mi sono mai sentita perfettamente a mio agio, perché non ero quella con la miglior padronanza della lingua, non ero quella con il curriculum più brillante, non ero quella con le prospettive di carriera migliori. Eppure è stato il momento in cui ho capito che vale la pena di faticare per diventarlo, perché essere circondati da mediocri porta solo rabbia e frustrazione, e a lungo andare ti fa diventare uno di loro.

Sono immensamente grata di questa esperienza, perché ora so cosa farne. Perché, a differenza di tante altre circostanze in cui mi sono trovata nella mia vita, in questa summer school a Budapest so di essere stata nel posto giusto.

“Se sei la persona più intelligente della stanza, allora sei nella stanza sbagliata.”

gg

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