Novi Beograd: sogni ed incubi dell’architettura anti-individualista

Belgrado sorge su un lieve promontorio che si affaccia su un panorama di incredibile bellezza: il punto in cui il fiume Sava si congiunge con il Danubio. La città, sviluppatasi sulla riva destra dei due fiumi attorno all’area fortificata di Kalemegdan, è una delle più antiche e densamente popolate dell’Europa sud-orientale: i primi insediamenti risalgono al 4.800 a.C. Tra la sponda sinistra del Sava ed il Danubio si trova invece un’area paludosa che è rimasta a lungo disabitata, fatta eccezione per Bezanija, un piccolo insediamento di epoca ottomana, e Zemun, antico villaggio di pescatori.

Solo negli anni ’20 del secolo scorso iniziarono i progetti di sviluppo urbanistico dell’area palustre sulla sponda sinistra del Sava. Nonostante le difficoltà e gli alti costi del drenaggio del terreno, si ritenne che in quella distesa l’antica città avrebbe trovato un futuro sbocco: si decise di chiamare il nuovo insediamento Novi Beograd, Nuova Belgrado. La sua nascita non fu fortunata: nel 1941, durante l’occupazione nazista, Novi Beograd divenne un campo di prigionia e di sterminio, il campo di concentramento Sajmište, in uso fino al 1942.

Solo dopo la fine della guerra, Novi Beograd si apprestò a diventare il più grande progetto urbanistico della Repubblica Popolare Jugoslava: Tito vide infatti nella costruzione della nuova città la possibilità di dare forma concreta alla sua visione politica. Il progetto fu affidato all’architetto Nikola Dobrovic e più tardi a Miloš Somborski, che sotto l’influenza del funzionalismo e del modernismo di Le Corbusier pianificarono quella che avrebbe dovuto essere il modello per tutte le città socialiste del mondo. Il cantiere fu un’opera immane che vide impiegati oltre 100 mila lavoratori provenienti da ogni parte del paese. La nuova città fu eretta secondo i principi dell’architettura socialista: l’assoluta efficienza e la rigorosa geometria. Larghe strade e grandi aree verdi dovevano favorire il benessere della comunità, mentre l’uguaglianza degli spazi abitativi doveva veicolare il mito comunista dell’uguaglianza. Gli edifici lavorativi, infine, erano un tutt’uno con l’ambiente circostante, perché ogni differenza rappresenta una debolezza né concessa né tollerata.

L’utopia socialista fallì pochi decenni più tardi, quando l’economia di mercato richiese al governo di investire in una nuova crescita e fu necessario imporre dei pagamenti per il finanziamento delle abitazioni, ma Novi Beograd continuò a crescere, vedendo la sua massima espansione negli anni ’70 e ’80. Fu solo con la fine della guerra fredda ed il crollo del comunismo che la città vide dissolversi gli ideali sui quali si erigevano le sue fondamenta: Novi Beograd diventò l’impressionante e maestoso monumento di un tempo che non esisteva più.

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“Grigio, grigio, grigio, tutto grigio.
Troppo cemento per arrivare al fiume.
Odio il mondo intero. 
Non voglio vivere nel Blocco 65“.
(Neću da živim u bloku 65, Riblja Čorba)

Passeggiando attraverso le enormi strade apparentemente senza fine che collegano i circa 70 “blocchi” abitativi, tra il cemento scolorito e consunto, tra i parchi giochi vuoti, ci si sente spaesati, atterriti, minuscoli. Sembra impossibile pensare che quella inquietante distopia cyberpunk sia stata un tempo il sogno della città ideale. Eppure quella sterminata distesa di cemento si lascia osservare in silenzio, come se  ogni costruzione fosse un prezioso cimelio custodito nella sala di un museo. Novi Beograd è in effetti la più vasta testimonianza dell’architettura brutalista dell’Est Europa e forse del mondo. Novi Beograd è il luogo più inquietante e al tempo stesso più affascinante che si possa immaginare. Novi Beograd assomiglia a quello che resta di un brutto sogno. Un pensiero che ti tormenta finché non chiudi gli occhi di nuovo.

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My sense of belonging to Belgrade was for a long time measured through the idea of not belonging to New Belgrade

(Nicolas Whybrow)

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Consiglio di lettura (o anche consiglio su cosa regalarmi): Brigitte Le Normand, Designing Tito’s Capital: Urban Planning, Modernism, and Socialism, University of Pittsburgh Press, 2014.

Copertina anteriore

 

Tour guidati di Novi Beograd sono proposti da:
http://beoprojectours.weebly.com/
http://www.artandtours.com/beograd/belgrade-en/belgrade_index.html

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14 comments

    • Non ti puoi sbagliare, è il tuo gusto personale, peraltro condiviso da molti! Esistono infatti due scuole di pensiero in merito: quella di chi vorrebbe radere al suolo questi “mostri” come è stato recentemente fatto con la vecchia biblioteca pubblica di Birmingham, e quella di chi li considera “opere d’arte” da conservare. Nel caso di Novi Beograd si tratta di mezza città quindi resteranno ad imperitura memoria. Ti dirò che, nonostante tutte le bellissime città viste di recente (la stessa metà “old” di Belgrado è meravigliosa) questa visita (che in effetti pochi fanno) è stata davvero emozionante. La ricostruzione fatta in questo post mi è servita anche a capire meglio le ragioni di un certo tipo di architettura… quando ti ci trovi davanti intuisci che quel brutto ha un suo perchè… e una storia da raccontare 🙂

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  1. Sarebbe interessante approfondire gli elementi contenuti in questo tuo capoverso: «L’utopia socialista fallì pochi decenni più tardi, quando l’economia di mercato richiese al governo di investire in una nuova crescita…» fino a «Beograd diventò l’impressionante e maestoso monumento di un tempo che non esisteva più»
    Contiene molti spunti che ampliati potrebbero rivelare esperienze interessanti valide al giudizio anche di casi analoghi anche in altre latitudini e un po’ in tutto il mondo, che sono numerosi pur variando i regimi e le ideologie.
    In sintesi: le grandi periferie, banlieu eccetera… da Los Angeles alla Cina passando per Città del Capo, Parigi, ecc. ecc.

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    • Sarebbe assolutamente interessantissimo approfondire il tema, ti dò ragione! A questo scopo vorrei infatti il libro consigliato alla fine del mio post, ma purtroppo costa 60 euro 😉 L’architettura è uno specchio incredibile della società, della politica, dell’economia e in sostanza dell’uomo.
      Detto tra noi vorrei anche in futuro fare un tour mondiale del brutalismo architettonico e dell’urbanistica socialista… ho già segnato tutte le città e le foto da fare!! Certo anche i viaggi in Siberia sono abbastanza impegnativi…

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  2. Ho un certo amore-odio per certa architettura brutalista. Parte di me le trova deprimenti, ma parte di me – quella abituata al Barbican di Londra, al Southbank Centre sul Tamigi o alle torri di Erno Golfinger – le trova stranamente poetiche. Belle foto, come al solito. 🙂

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    • Grazie mille, anch’io credo di provare questo amore-odio… ma (poco) segretamente e (poco) inconfessatamente è amore… lo sento 😉
      Tutto nacque a Birmingham… e i prossimi viaggi in Inghilterra d’ora in poi avranno un sapore diverso…

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  3. Ogni architettura ha il suo “se”, non amo questo genere , vivo ancora nei fasti romani 🙂 Onestamente trovo anonimo, quasi una zona che mi ricorda una film di quelli che parlano di un propabile post-catastrofe. dessolazione, grigiore, solitudine.
    Comunque sempre interessante sapere.

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    • Cara Fulvia, è sempre un piacere ritrovarti dopo qualche settimana di assenza – mia, ovviamente! Grazie mille per il commento. Mi spiace di non aver potuto inserire le foto dei “blocchi” più estesi (che ho visto solo in foto) perché sembrano molto più impressionanti e apocalittici di quelli che sono riuscita a vedere io! Purtroppo mi separavano troppi chilometri… ci sarebbe voluto almeno un giorno intero per documentare compiutamente.
      Premesso che sto scrivendo un libro sull’immaginario apocalittico, quindi questo è un po’ il mio ambiente ideale, quel senso di desolazione e catastrofe (recente o imminente) è proprio quello che si percepisce. Tale e quale. Quasi come essere in un film, ma proprio dentro al film! Quindi, si, quello che scrivi è proprio quello che ho percepito e cercato di mostrare, ma al tempo stesso volevo raccontare anche come trovarsi li sia stata un’esperienza singolare ed emozionante!
      Io ho fatto il possibile per poter vedere qualche scorcio di questo luogo (come avevo scritto nell’altro post era una domenica mattina, non c’era in giro anima viva, era davvero spettrale) perché ho il pallino dell’architettura post-moderna e contemporanea, e per me era un po’ un “pellegrinaggio santo” ma ovviamente le persone “normali”… ehm… i turisti “normali” non vi si addentrano.
      Ti confesso infine (pareva brutto scriverlo nel post ma va detto) che per la prima volta mi sono sentita davvero circondata dalla bruttezza proprio come quando mi trovo a casa mia… Parafrasando Paolo Rossi: “Se dite ‘Com’è triste Novi Beograd!’ vuol dire che non avete mai visto Monfalcone” XD

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  4. Plattenbau (prefabbricate) si chiamano questo tipo di case, una casa per tutti, una necessità dopo le distruzioni avvenute nella seconda guerra mondiale, questo colore non colore, queste geometrie tipiche delle periferie in genere e sopratutto dei paesi dell’Est…
    belle immagini, mi ricordano molto all’astrattismo geometrico! 🙂

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